31 Jan
31Jan

Ho di recente assistito a una diatriba su Facebook tra un divulgatore scientifico e un medico. Personalmente non amo i social e li ritengo strumenti poco adatti a confronti seri, perché la forma stessa della chat comprime e banalizza temi che richiederebbero tempo e profondità. I social funzionano bene per il marketing o per un intrattenimento fine a sé stesso. Anch’io ho una pagina Facebook e Instagram a scopo professionale, ma evito di espormi su questioni complesse attraverso questi canali. Proprio per questo, però, la discussione a cui ho assistito mi è sembrata uno spunto interessante, per una riflessione più ampia sul blog, dedicata alla divulgazione scientifica e ai suoi limiti.

Nello specifico, una dottoressa endocrinologa lamentava il fatto che una persona, non laureata in medicina, potesse parlare di farmaci e quindi di clinica. La risposta del divulgatore è stata che, seguendo questo ragionamento, allora solo i politici potrebbero parlare di politica, solo i fisici di fisica, e così via. Su questo primo punto è giusto fermarsi un momento, perché il divulgatore, almeno in parte, ha ragione. La conoscenza scientifica non è proprietà privata dei medici: chimici, biologi, farmacologi, nutrizionisti e ricercatori possono spiegare benissimo come funziona un farmaco, un recettore o una via metabolica. L’argomento “non sei medico quindi taci” è spesso una fallacia d’autorità, e su questo non si scappa.


La vera domanda, però, non è chi ha il diritto di parlare, ma fino a dove arriva la propria competenza reale, sia teorica che pratica. Recentemente un noto professore (non medico), ha parlato degli agonisti del GLP1, su un importante testata nazionale, sottolineando gli effetti avversi e minimizzandone il ruolo. Chiunque può: spiegare come funziona un GLP1, descrivere meccanismi d’azione, raccontare cosa dicono gli studi chiarire miti e bufale.  Ma quando passa a: “questo farmaco è una scorciatoia”, “è meglio non prescriverlo” ,  “questo effetto collaterale è grave”; sta facendo un salto di livello. Perché lì non parli più del farmaco, ma del farmaco dentro una persona e quella non è più chimica o biologia, è clinica

Affermazioni forti o orientate, su una terapia, mettono in difficoltà il medico nel proprio lavoro e nel proporre un farmaco che, per quel paziente, potrebbe rappresentare una soluzione.

La conseguenza più grave è quando il paziente interiorizza quelle opinioni e rifiuta terapie potenzialmente importanti per la propria salute. A quel punto non ci si può più rifugiare nell’idea di “fare solo divulgazione”, perché non si sta più descrivendo il mondo, ma lo si sta attivamente influenzando. La libertà di parola tutela chi parla, la competenza tutela chi ascolta, e tra le due esistono confini che non dovrebbero essere attraversati. Il punto non è “io so più cose di te”, ma “io mi assumo il rischio di ciò che dico su un paziente”. Il medico gestisce comorbidità, fragilità e storie individuali; sa cosa succede quando le linee guida falliscono e paga gli errori non solo emotivamente, ma anche legalmente. Il divulgatore e altre figure, questo rischio, non lo corrono, e non è una colpa, è una differenza di ruoli. 

Ritornando al primo litigio social, mi ha colpito molto un’affermazione del divulgatore, che sosteneva di poter “fare le pulci ai medici”, perché aveva letto una pubblicazione scientifica. Qui emerge un problema  della medicina. La medicina è, nel senso forte del termine, una disciplina narrativa, è una narrazione vincolata dai dati, ma resta una narrazione. La fisica e la matematica, invece, parlano lingue proprie. A livello concettuale, chiunque può comprendere cosa siano la relatività o la lente gravitazionale, ma nel momento in cui si entra nelle equazioni di Einstein, senza una formazione adeguata, si viene immediatamente esclusi. Questo filtro non è elitario, è culturale, e impedisce l’illusione di competenza. Nessuno direbbe seriamente: “ho letto un paper di fisica teorica, quindi posso fare le pulci a un fisico”. 

Appunti di Einstein


La medicina, invece, non ha questo filtro. Parla una lingua naturale, accessibile, e questo crea un’illusione devastante: “se capisco le parole, allora capisco la cosa”. Ma è falso. Il paper scientifico, per quanto autorevole e pubblicato su una rivista ad alto impact factor, rappresenta solo la punta della punta dell’iceberg. Non dice nulla della complessità della scelta terapeutica reale, che comprende tantissime cose , ad esempio, insufficienza renale o epatica, aritmie, cardiopatie, comorbidità, politerapie e contesti clinici unici e tanto altro. Chi legge una pubblicazione e pensa di poter giudicare l’operato medico commette un errore di inconsapevolezza,  confonde l’accesso ad una o più informazioni, con i decenni di studi necessari per poter gestire quell'informazione. Dietro delle scelte cliniche c'è un enorme stratificazione di conoscenze ed esperienza che sono il motivo per cui il medico studia sei anni più la specializzazione, e anche allora, è solo all’inizio.


Dr. Antonio Vivenzio

Medico specialista in scienze della alimentazione

Taranto- Ta